Devo scrivere un racconto di fantascienza.
Dite che la mia esperienza personale basta?
Ne avro' iniziati almeno 5, tutti molto promettenti, ma non riesco a finirli.
Inizio, delineo storie, personaggi, ambientazioni, ma poi non arrivo a un dunque.
Un po' come la mia vita ora.
Sono appena rientrata da un bellissimo spring break in Florida, con tanto di Nekka, Talla e Gieck al seguito. Rivedere la mia famiglia dopo 7 mesi e' stato abbastanza un colpo. Mi sono mancati tanto in questi mesi, ma allo stesso tempo hanno portato in primissima linea l'idea del rientro, del ritorno, del riabituarsi a vivere in casa con la madre, del rientrare nella routine brianzola, del non sapere bene come fare, cosa fare. Come direbbe Abe, del non trovarmi il culo con due mani.
La vacanza e' stata costosa, indescrivibilmente costosa, male organizzata da me per menate di trasferimenti di denaro, problemi con le prenotazioni, e cattivo budgeting dopo il viaggio colossale di dicembre-gennaio. Morale della favola? Sono abbastanza in mutande. Delle stupende mutande a fiori tipo sciura Pina, ma sempre mutande sono. Comunque in teoria domani dovrebbe sistemarsi il tutto tra bonifici, stipendi, varie ed eventuali. Il che, tutto sommato, mi rallegra, perche' nella cattiva gestione sono stata comunque previdente e ho avuto un salvagente a cui appigliarmi.
Quindi torno a pensare alla fantascienza e a come poter mettere su carta il disagio.
Il disagio del fatto che se prima mi mancava solo un pezzo per essere felice, adesso mi manca almeno almeno un chilometro buono. A meno di due mesi dal rientro in Italia, sono tormentata dall'idea di stabilita'.
Che e' assurdo, contando i tempi in cui viviamo, ma e' un concetto che mi assilla.
Allora scrivo inizi di racconti di fantascienza che parlano di stabilita' perduta, economica, sentimentale, geografica, e non riesco a finirli, perche' non vedo stabilita'.
Non la vedo. Nemmeno nelle mie dita che febbrilmente stanno digitando queste parole, sbaglio, cancello, salvo, modifico, tremo.
Il mio passo e' incerto, dubbioso, come i miei racconti.
Io ci provo a dare un senso, ma il senso sfugge, si mischia al senso degli altri racconti.
Ambientarlo nel futuro? ma va, la fantascienza e' adesso.
Oggi poi e' particolarmente una GDM (giornatadimerda, per dire). Non per un motivo preciso, ma solo perche' lo e'.
ho sempre ritenuto la stabilita' importante, ma con un certo margine di flessibilita' che permettesse il piegare un po' le regole, l'allontanarsi dalla norma, il viaggiare, il fare anche qualche azione sconsiderata, ma sto rivalutando tutta questa idea. Era, diciamo, un'idea un po' relativa del concetto di stabilita'.
Ora, invece, in un mondo precario, cerco stabilita'. Un centro di gravita' permanente, forse, ma non lo trovo.
E il punto e' che lo cerco in me, ma zero. Lo cerco negli altri, ma zero. Lo cerco nei luoghi fisici, ma zero.
Ho le vertigini per la velocita' in cui punti di vista e situazioni cabiano.
Cosa ne sara' di me al rientro?
Cosa ne e' stato dei miei punti fissi in questi 7 mesi che stanno precipitevolissimevolmente diventando 9?
Perche' continuo a fare sogni di banale quotidianita' con accanto una persona in un luogo a me familiare a seguire una routine familiare?
What's wrong with me?!
What's my problem?!
Sto forse ancora solo crescendo e attraversando una specie di crisi adolescenziale alla soglia dei 30?
La Teacher
Chi sa fare, fa. Chi non sa fare, insegna. E io mo' che faccio? Me ne vo a Minneapolis, ecco che faccio.
venerdì 5 aprile 2013
martedì 5 marzo 2013
Un Porto? Una Terra?
Che oggi il lupoquellocattivo (lui voleva che dicessi quellobuono, ma secondo me tanto buono non è), mi ha detto che sono tipo bipolare, ma meno grave, tipo cicloscopica. Ciclopatica. Ciclotopica. Ciclonicopica. Insomma, ha detto un parolone così.
Che io ho googolato subbbito e ho trovato che è tipo essere bipolari, ma meno grave.
Solo che io lo sono a minuti alterni.
"AAAAAAmmmmmuruga!!!!! resto qui, è figo, mi piace, mi ci trasferisco, adoro! è meraviglioso, o merdaviglioso, poca cambia, tanto, guarda in Italia come sono messi, male, eh? nontornarenontornarestailì, urlano tutti a gran voce dalla madrepatria, allora ok, sto qui, non torno. Ma il 2 year requirement? che si fotta, troverò un modo, sono arrivata fin qui e potrò andare anche oltre."
"Però, a pensarci bene, che sconfitta. che sconfitta per me. Che sconfitta per l'Italia. Cioè, magari non sarò la più supermegamaxintelliggggente del mondo, però, nel mio piccolo, sarò mica da buttare. Cioè, vado bene per una Fulbright e non vado bene per la scuola media di Muggiò? Mah. Questa è bella, eh. Cioè, che sconfitta per l'Italia. Poi guarda queste ultime elezioni, Dr.Who ieri mi fa: "So, what do we do with this Beppe Grillo?" "I have no clue, I'm sorry. I'm just very worried for my country and for my future. I have no idea what's coming next. I'm sorry". Mai avrei pensato di dover chiedere scusa a nome del mio paese. Mai avrei pensato di dover valutare di stare all'estero perchè quasi costretta. Che vergogna. Non so che fare. Tornare e tentare di cambiare le cose? Sì, ma poi se torno e finisco sotto un ponte? Però vabbè, c'è il 2 year requirement, tornare s'ha da tornà. E poi boh...il PhD...quanto lavoro, quanto... "You have it inside of you" BabyBoy mi ha detto oggi. MAh, aspe' che scavo ancora un po', magari lo trovo."
E in tutto ciò, una qualche opzione effettivamente allettante e semiconvincente va delineandosi.
è ancora una timida idea, che da un paio di mesi relego in fondo al dimenticatoio, in attesa di essere più tranquilla, sai, di essere meno ciclopitonica, o quel che è. Ma se continuo così, ciao. C'ho già una quasi veneranda età, e se non prendo il toro per le corna qui va a finire che mi faccio trascinare dagli eventi come da uno tsunami e chissà dove finisco. Magari in Taiwan.
Made in Taiwan. Non suona male, no?
Ma, tranquilli, non finirò a Taiwan. Non per ora, almeno.
Sono più propensa a finire nello stato più piovoso degli Stati Uniti.
Che ha una città che tradotta si chiama Terra del Porto. Che ha un nonsochè di promettente.
C'è l'idea di terra dove coltivare. L'idea di porto dove approdare dopo la tempesta.
Mah.
Inizio a radunare i documenti necessari per il visa waiver.
E quelli per il PhD.
Mi sento che questa cosa può avere degli sviluppi interessanti.
In Oregon?
Chissà. Forse.
Tra un annetto, comunque. Perchè le cose vanno fatte con calma.
(Ah, le mele? Butatte via tutte. Tutte marce.)
Che io ho googolato subbbito e ho trovato che è tipo essere bipolari, ma meno grave.
Solo che io lo sono a minuti alterni.
"AAAAAAmmmmmuruga!!!!! resto qui, è figo, mi piace, mi ci trasferisco, adoro! è meraviglioso, o merdaviglioso, poca cambia, tanto, guarda in Italia come sono messi, male, eh? nontornarenontornarestailì, urlano tutti a gran voce dalla madrepatria, allora ok, sto qui, non torno. Ma il 2 year requirement? che si fotta, troverò un modo, sono arrivata fin qui e potrò andare anche oltre."
"Però, a pensarci bene, che sconfitta. che sconfitta per me. Che sconfitta per l'Italia. Cioè, magari non sarò la più supermegamaxintelliggggente del mondo, però, nel mio piccolo, sarò mica da buttare. Cioè, vado bene per una Fulbright e non vado bene per la scuola media di Muggiò? Mah. Questa è bella, eh. Cioè, che sconfitta per l'Italia. Poi guarda queste ultime elezioni, Dr.Who ieri mi fa: "So, what do we do with this Beppe Grillo?" "I have no clue, I'm sorry. I'm just very worried for my country and for my future. I have no idea what's coming next. I'm sorry". Mai avrei pensato di dover chiedere scusa a nome del mio paese. Mai avrei pensato di dover valutare di stare all'estero perchè quasi costretta. Che vergogna. Non so che fare. Tornare e tentare di cambiare le cose? Sì, ma poi se torno e finisco sotto un ponte? Però vabbè, c'è il 2 year requirement, tornare s'ha da tornà. E poi boh...il PhD...quanto lavoro, quanto... "You have it inside of you" BabyBoy mi ha detto oggi. MAh, aspe' che scavo ancora un po', magari lo trovo."
E in tutto ciò, una qualche opzione effettivamente allettante e semiconvincente va delineandosi.
è ancora una timida idea, che da un paio di mesi relego in fondo al dimenticatoio, in attesa di essere più tranquilla, sai, di essere meno ciclopitonica, o quel che è. Ma se continuo così, ciao. C'ho già una quasi veneranda età, e se non prendo il toro per le corna qui va a finire che mi faccio trascinare dagli eventi come da uno tsunami e chissà dove finisco. Magari in Taiwan.
Made in Taiwan. Non suona male, no?
Ma, tranquilli, non finirò a Taiwan. Non per ora, almeno.
Sono più propensa a finire nello stato più piovoso degli Stati Uniti.
Che ha una città che tradotta si chiama Terra del Porto. Che ha un nonsochè di promettente.
C'è l'idea di terra dove coltivare. L'idea di porto dove approdare dopo la tempesta.
Mah.
Inizio a radunare i documenti necessari per il visa waiver.
E quelli per il PhD.
Mi sento che questa cosa può avere degli sviluppi interessanti.
In Oregon?
Chissà. Forse.
Tra un annetto, comunque. Perchè le cose vanno fatte con calma.
(Ah, le mele? Butatte via tutte. Tutte marce.)
venerdì 1 marzo 2013
Una mela al giorno.
Dai che è da un po' che non vi aggiorno sulla soap, come dice sempre il Puck.
"Sei la mia soap preferita!"
E io che non vorrei esserlo.
E io che ho passato circa fino a dicembre tranquilla, zen, con solo un pretendente ufficiale e uno studente innamorato, ma senza creare situazioni imbarazzanti nè con l'uno nè con l'altro.
Brava, bravacazzo, finalmente hai imparato a controllare un po' la forza di volontà.
Finalmente sei maturata.
OH.
BRAVA.
Poi c'è stato il grande viaggio, e poi non si è capito più una fava.
Anzi, una mela. Proprio come quella che è caduta in testa a quel disgraziato di Newton.
Boh, mi pare di stare sotto quell'albero maledetto, a leggere un cacchio di libro di fantascienza per lunedì prossimo, quando, tutto ad un tratto, bon, piovono mele.
Sulla mia innocente testolina pelata.
(Eh sì, ho scarsi e fini capelli, diventerò calva prima che bianca).
Comunque, per tornare al discorso, mele.
Mele che mi colpiscono inesorabili.
Attratte dalla forza di gravità.
Mele che mi chiedono di uscire a cena, mele che chiedono scusa per essersi comportate male, mele che temono che io inizi a uscire con un'altra persona e allora cadono più di frequente, mele che spariscono dopo avermi colpito, e che poi tornano a colpire tipo ninja. (oh, poi vi dirò pure dei ninja, ma non ora. Adesso mele.)
Allora.
Io ho capito che una mela al giorno leva il medico di torno.
Ma partiamo dal presupposto che le mele non sono esattamente il mio frutto preferito.
Chessò, delle fragole, delle albicocche, delle pesche.
Quelle cose le capisco.
Capisco l'anguria, il melone, persino il pompelmo.
Ma le mele no, dai, sono sciape.
O le passi in pentola con la canella, o ci fai una torta, uno strudel magari, o non sanno proprio di tanto.
Ultimamente ci ho fatto il risotto, data l'abbondanza. E devo ammettere che è venuto proprio buono.
Ma basta cadermi in testa.
Basta mele tentatrici.
Io sto bene così, sono i miei ultimi 90 giorni, lasciatemi in pace.
O almeno decidetevi. Mettetevi d'accordo. Facciamo le esterne con Maria, Tina e Gianni.
Decidete voi per me, perchè davvero, io non so decidere.
Siete mele così diverse.
Un paio forse c'hanno pure l'ospite e qualche ammaccatura.
Mi sento bloccata lì, sotto quell'albero, senza poter fare nulla.
Non riesco a spostarmi dalla sua ombra, è un albero grande quanto il Minnesota.
Qui le persone non parlano. Non ti parlano. Non si parlano.
Fanno tutto da sole. Creano, distruggono, senza essere mai chiari e diretti.
Senza mai discutere e chiedere tu cosa pensi davvero.
Senza mai creare un legame.
Non parlo di una relazione, per carità.
Sto parlando di un legame di testa, di una di quelle robe che dici: "Ok, vediamo se ci capiamo."
No.
Incomunicabilità.
Io la studiavo sui libri, la vivevo un po' in Italia, ma non mi ero mai resa conto di quanto possa essere terribile.
Perchè qui è decuplicata.
Se in Italia non si parla, qui pare di stare in clausura.
Anzi no, sotto l'albero.
Dove le mele ti cadono in testa, e tu ti sposti, ma ti colpiscono ugualmente.
E le mele non parlano.
Cadono e basta.
Vado a preparare la pentola per la marmellata.
"Sei la mia soap preferita!"
E io che non vorrei esserlo.
E io che ho passato circa fino a dicembre tranquilla, zen, con solo un pretendente ufficiale e uno studente innamorato, ma senza creare situazioni imbarazzanti nè con l'uno nè con l'altro.
Brava, bravacazzo, finalmente hai imparato a controllare un po' la forza di volontà.
Finalmente sei maturata.
OH.
BRAVA.
Poi c'è stato il grande viaggio, e poi non si è capito più una fava.
Anzi, una mela. Proprio come quella che è caduta in testa a quel disgraziato di Newton.
Boh, mi pare di stare sotto quell'albero maledetto, a leggere un cacchio di libro di fantascienza per lunedì prossimo, quando, tutto ad un tratto, bon, piovono mele.
Sulla mia innocente testolina pelata.
(Eh sì, ho scarsi e fini capelli, diventerò calva prima che bianca).
Comunque, per tornare al discorso, mele.
Mele che mi colpiscono inesorabili.
Attratte dalla forza di gravità.
Mele che mi chiedono di uscire a cena, mele che chiedono scusa per essersi comportate male, mele che temono che io inizi a uscire con un'altra persona e allora cadono più di frequente, mele che spariscono dopo avermi colpito, e che poi tornano a colpire tipo ninja. (oh, poi vi dirò pure dei ninja, ma non ora. Adesso mele.)
Allora.
Io ho capito che una mela al giorno leva il medico di torno.
Ma partiamo dal presupposto che le mele non sono esattamente il mio frutto preferito.
Chessò, delle fragole, delle albicocche, delle pesche.
Quelle cose le capisco.
Capisco l'anguria, il melone, persino il pompelmo.
Ma le mele no, dai, sono sciape.
O le passi in pentola con la canella, o ci fai una torta, uno strudel magari, o non sanno proprio di tanto.
Ultimamente ci ho fatto il risotto, data l'abbondanza. E devo ammettere che è venuto proprio buono.
Ma basta cadermi in testa.
Basta mele tentatrici.
Io sto bene così, sono i miei ultimi 90 giorni, lasciatemi in pace.
O almeno decidetevi. Mettetevi d'accordo. Facciamo le esterne con Maria, Tina e Gianni.
Decidete voi per me, perchè davvero, io non so decidere.
Siete mele così diverse.
Un paio forse c'hanno pure l'ospite e qualche ammaccatura.
Mi sento bloccata lì, sotto quell'albero, senza poter fare nulla.
Non riesco a spostarmi dalla sua ombra, è un albero grande quanto il Minnesota.
Qui le persone non parlano. Non ti parlano. Non si parlano.
Fanno tutto da sole. Creano, distruggono, senza essere mai chiari e diretti.
Senza mai discutere e chiedere tu cosa pensi davvero.
Senza mai creare un legame.
Non parlo di una relazione, per carità.
Sto parlando di un legame di testa, di una di quelle robe che dici: "Ok, vediamo se ci capiamo."
No.
Incomunicabilità.
Io la studiavo sui libri, la vivevo un po' in Italia, ma non mi ero mai resa conto di quanto possa essere terribile.
Perchè qui è decuplicata.
Se in Italia non si parla, qui pare di stare in clausura.
Anzi no, sotto l'albero.
Dove le mele ti cadono in testa, e tu ti sposti, ma ti colpiscono ugualmente.
E le mele non parlano.
Cadono e basta.
Vado a preparare la pentola per la marmellata.
giovedì 14 febbraio 2013
A Big Deal
Gli Americani dicono "It's not a big deal" per dire che qualcosa non e' poi cosi' importante. Insomma, c'e' di peggio nella vita.
Tipo la guerra. La carestia. La crisi. Le malattie.
Quindi it's not a big deal se mi fanno una proposta di lavoro e poi mi dicono "Ah, no, scusa, ci siamo sbagliati. Devi davvero tornare a casa per i prossimi due anni."
It's not a big deal, perche' doveva andare cosi', e tu lo sai.
It's not a big deal perche' tu il biglietto che dice Minneapolis-Roma 27 Maggio 2013 ce l'hai in tasca da Novembre.
It's not a big deal perche' comunque a te l'Italia manca, con tutte le sue cose fuori posto, con tutti i suoi guai e le sue lamentele.
It's not a big deal perche' qui le amicizie non sono tutte vere. Alcune hanno la data di scadenza tipo yogurt (27 Maggio 2013). Mentre invece quelle a casa, bon, quelle non scadono mica. E se scadono e' perche' la materia prima non era buona.
It's not a big deal perche', dai, diciamocelo, 5 mesi di rigido inverno minnesotiano...tutta la vita...brrr... magari anche no.
It's not a big deal perche' il cibo fa schifo, e sto facendo una fatica incredibile a non ingrassare (ma ce la sto facendo, eh. Per quanto mi sia possibile).
It's not a big deal se questa notizia ti arriva a San Valentino, perche' comunque a te questa giornata ha sempre dato un po' di stucchevole, di ingessata, di finta.
It's not a big deal se G. non ti chiede di uscire, quindi. Anche perche' vi conoscete da 6 giorni (e vi siete visti 3 di essi), quindi ci sta. Anche perche' se dovesse chiederti di uscire oggi saresti davvero di pessimo umore.
Quindi it's not a big deal. Sopravviverai, coraggio.
It's not a big deal, but still, my eyes are filling with tears.
Sto amando questo posto davvero molto, non stavo cosi' bene da anni.
E niente, il 27 Maggio chiudiamo la parentesi e pensiamo a San Benedetto del Tronto.
Perche' col cavolo che torno a Milano.
Tipo la guerra. La carestia. La crisi. Le malattie.
Quindi it's not a big deal se mi fanno una proposta di lavoro e poi mi dicono "Ah, no, scusa, ci siamo sbagliati. Devi davvero tornare a casa per i prossimi due anni."
It's not a big deal, perche' doveva andare cosi', e tu lo sai.
It's not a big deal perche' tu il biglietto che dice Minneapolis-Roma 27 Maggio 2013 ce l'hai in tasca da Novembre.
It's not a big deal perche' comunque a te l'Italia manca, con tutte le sue cose fuori posto, con tutti i suoi guai e le sue lamentele.
It's not a big deal perche' qui le amicizie non sono tutte vere. Alcune hanno la data di scadenza tipo yogurt (27 Maggio 2013). Mentre invece quelle a casa, bon, quelle non scadono mica. E se scadono e' perche' la materia prima non era buona.
It's not a big deal perche', dai, diciamocelo, 5 mesi di rigido inverno minnesotiano...tutta la vita...brrr... magari anche no.
It's not a big deal perche' il cibo fa schifo, e sto facendo una fatica incredibile a non ingrassare (ma ce la sto facendo, eh. Per quanto mi sia possibile).
It's not a big deal se questa notizia ti arriva a San Valentino, perche' comunque a te questa giornata ha sempre dato un po' di stucchevole, di ingessata, di finta.
It's not a big deal se G. non ti chiede di uscire, quindi. Anche perche' vi conoscete da 6 giorni (e vi siete visti 3 di essi), quindi ci sta. Anche perche' se dovesse chiederti di uscire oggi saresti davvero di pessimo umore.
Quindi it's not a big deal. Sopravviverai, coraggio.
It's not a big deal, but still, my eyes are filling with tears.
Sto amando questo posto davvero molto, non stavo cosi' bene da anni.
E niente, il 27 Maggio chiudiamo la parentesi e pensiamo a San Benedetto del Tronto.
Perche' col cavolo che torno a Milano.
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giovedì 7 febbraio 2013
T'appartengo.
Il problema più grande di tutti è quello dell'appartenenza.
Appartenere a qualcosa, a qualcuno, a un luogo, a un'idea.
La migliore canzone trash sull'argomento inizia con "Io mi ero persa nella nebbia e tu, tu dalla rabbia ormai non ci vedevi più."
Il resto è poco interessante in realtà.
Quello che a me interessa è capire io a cosa appartengo?
Dove è il mio posto?
Qual è la mia idea?
La persona anche non sarebbe una cosa brutta da scoprire, ma in realtà non ho fretta.
L'unica cosa che davvero mi mette sotto pressione è capire dove e come.
Appartenere a qualcosa, a qualcuno, a un luogo, a un'idea.
La migliore canzone trash sull'argomento inizia con "Io mi ero persa nella nebbia e tu, tu dalla rabbia ormai non ci vedevi più."
Il resto è poco interessante in realtà.
Quello che a me interessa è capire io a cosa appartengo?
Dove è il mio posto?
Qual è la mia idea?
La persona anche non sarebbe una cosa brutta da scoprire, ma in realtà non ho fretta.
L'unica cosa che davvero mi mette sotto pressione è capire dove e come.
sabato 2 febbraio 2013
Dare senso.
Quest'incapacità di dare un senso alle mie giornate che mi perseguita da quando ho finito il mio viaggio è intollerabile.
Ho preparato le cose per il nuovo semestre, vero.
Sono al verde e quindi non posso fare molto, vero.
(Comunque mi sono concessa un timberwolves-lakers da paura)
Produco ottimi cibi e mi prendo cura di me stessa.
Curo le relazioni personali.
Cerco di decidere sul mio futuro.
Congelo l'acqua bollente.
Mi deprimo e mi ritiro su.
Faccio il bucato.
Penso.
Penso un casino.
Pulisco.
(che se aspetto la giappo, qui, ciao.)
Insomma, di cose ne faccio.
Ma dormo male e mi sveglio presto e poi mi sento comunque inattiva e gnagnerosa tutto il giorno e boh.
Vacanze troppo lunghe, grazie al cielo lunedì riprendo.
Tante cose.
Ho preparato le cose per il nuovo semestre, vero.
Sono al verde e quindi non posso fare molto, vero.
(Comunque mi sono concessa un timberwolves-lakers da paura)
Produco ottimi cibi e mi prendo cura di me stessa.
Curo le relazioni personali.
Cerco di decidere sul mio futuro.
Congelo l'acqua bollente.
Mi deprimo e mi ritiro su.
Faccio il bucato.
Penso.
Penso un casino.
Pulisco.
(che se aspetto la giappo, qui, ciao.)
Insomma, di cose ne faccio.
Ma dormo male e mi sveglio presto e poi mi sento comunque inattiva e gnagnerosa tutto il giorno e boh.
Vacanze troppo lunghe, grazie al cielo lunedì riprendo.
Tante cose.
giovedì 31 gennaio 2013
Looking for America #2
Un mese e mezzo, 5 settimane abbondanti.
8 stati.
12 letti diversi.
1 divano.
2 motel.
2 hotel.
4 ostelli.
4 case.
10 aerei.
4 macchine.
# nazionalità ( Italia, Turchia, Spagna, Stati Uniti, Francia, Tunisia, Irlanda, Francia, solo per citarne alcune)
Sì, viaggiare. Evitando le buche più dure. Perchè gli Stati Uniti sono grandi. Immensi. Giganti. Infiniti.
I soldi ora sono finiti. Ma non abbiamo lesinato su nulla, ce la siamo davvero goduta. In tutto e per tutto.
Ho trovato l'uomo della mia vita in un bar di Beatty, Nevada.
Al bordo della Death Valley.
Non lo rivedrò mai più.
Non l'ho nemmeno baciato.
Ma so che era lui.
Amare San Francisco. Fare l'amore con le sue colline, con i suoi tram.
Con l'aria che si respira lì.
Con la City Lights Bookstore. E con i Beat Poets.
E poi bere un caffè serio al caffè Trieste. E poi attraversare in bici il Golden Gate Bridge.
Ah, e ubriacarsi a Sonoma.
Odiare New York. Ma non in quanto New York, solo perchè Natale non è il momento giusto. Troppa gente. Troppo affollata. Troppo freddo. Da rivedere. Da tornare.
E poi, un piccolo cuore su Brooklyn e su Georgetown.
E rivedere Annie, la mia coniquilina canadese dei tempi di Londra. Sei anni dopo. Sentirsi come se non fosse passato un giorno.
Amare i grandi spazi. Il Grand Canyon, la Death Valley. Guidare per ore e ore, una strada dritta, lunga, infinita, senza un'anima in vista. Colori, silenzio, stelle.
Odiare Las Vegas. Il buco del culo dell'America. Tanto lusso per attirare uomini frustrati, distrutti da una vita troppo assordante. Che combattono il rumore con altro rumore. Casinò, donne a pagamento, alcool, fumo. La benpensante, educata e politically correct America che si riversa per queste strade e toglie il tappo. Fa scorrere tutto. Tutto si mescola, diventa grottesco.
Amare San Diego e Hermosa Beach. Devo anche spiegare il perchè?
Odiare Los Angeles. Non sentirsi sicuri.
Amare Boston e il Massachusetts. Avere troppo poco tempo e metterlo nella lista "I'll be back. Soon."
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